Postfazione

Postfazione di Ombretta Ingrascì*

Partire dalle vittime per capire le donne di mafia 

Il primo dossier su “donne e mafia” risale al 1986 (Cascio, Puglisi 1986). La rassegna di articoli di giornale proposta dalle curatrici Anna Puglisi e Antonia Cascio del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato era stata un lavoro pioneristico, poiché fino ad allora pochi giornalisti e studiosi si erano interrogati sulla presenza femminile in Cosa Nostra. Oggi il dossier realizzato dall’associazione daSud torna a raccontare l’universo femminile nella mafia, non solo in Cosa nostra, ma anche nella ‘ndrangheta, nella camorra e nella Sacra corona unita, attraverso una carrellata di storie di donne di eterogenea provenienza ma legate da un filo comune, l’essere vittime. La scelta di trattare il tema a partire dalle figure più deboli e vulnerabili delle mafie mi sembra la più appropriata, perché in questo modo si mette a fuoco uno degli aspetti più importanti della condizione femminile della mafia.

Partire dall’elemento della vittimizzazione, infatti, contribuisce a porre un limite alla diffusione di uno stereotipo che negli ultimi tempi sembra stia prendendo piede a causa dell’incremento di donne imputate e condannate per 416bis e che si contrappone al tradizionale pregiudizio secondo cui le donne sarebbero estranee alle attività criminali degli uomini della propria famiglia. Mediaticamente, l’arresto o la condanna di donne per associazione mafiosa viene spesso accompagnato da commenti sul presunto potere assunto delle donne, che mostrerebbero una caratura criminale ancora più feroce di quella degli uomini. Si tratta di pericolosi discorsi da senso comune e di lombrosiana memoria che rischiano di portare a una maggiore condanna morale delle donne di mafia rispetto agli “uomini d’onore”. L’impressione è che ancora oggi le donne, compiendo un crimine, si allontanino dalle aspettative della società che le considera buone e non criminali per natura.

Non vi è alcun dubbio che anche nella mafia, così come è accaduto nella società più ampia, le donne hanno iniziato, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, a svolgere dei ruoli che prima erano a esclusivo appannaggio degli uomini. Tale mutamento, tuttavia, non ha significato il raggiungimento di una parità con la controparte maschile: i cambiamenti nella divisione del lavoro all’interno del sistema mafioso non hanno infatti avuto particolari implicazioni nei rapporti di genere e nel modo in cui le donne vengono trattate. Ciò emerge dall’approfondimento di alcuni vissuti di donne cresciute in ambiente mafioso (Siebert 1994; Ingrascì 2007) e dalle storie raccolte nel dossier qui presentato. In continuità con il passato, le donne sono considerate proprietà degli uomini, a dimostrazione del fatto che le associazioni mafiose rimangono dei luoghi maschili, ove la virilità gioca un ruolo fondamentale. Le uccisioni delle donne per motivi di onore sono emblematiche in questo senso. Alcune storie inedite, accadute in Calabria, che le autrici del dossier sono riuscite a trovare, mostrano non solo la persistenza e la riattualizzazione del codice d’onore, ma soprattutto quanto esso produca pratiche di assoggettamento femminile.

Un importante merito della raccolta dell’associazione daSud è di aver recuperato, accanto a storie che riguardano donne di ambiente mafioso, vicende di donne uccise dalle mafie o perché impegnate a combattere il fenomeno, come nel caso dell’architetta palermitana Mimma Ferrante, o perché vicine a rappresentanti istituzionali colpiti dal fuoco della mafia, come Emanuela Setti Carraro, moglie del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e come Emanuela Loi, poliziotta in servizio nella scorta del magistrato Paolo Borsellino. Ricordare le vittime innocenti è un contributo fondamentale perché invita i lettori a un duro e sofferto esercizio della memoria in tempi in cui si assiste – come sottolineava Sciascia trent’anni fa – alla “distruzione” della memoria “sotto la forma di un presente totalizzante e totalitario che (…) si presenta con tale abbondanza e inesauribile concatenazione di insoddisfazioni, da non lasciare spazio alcuno alla memoria (…)’ (Sciascia 1981, p. 25). Attraverso il ricordo delle storie di donne offerto dal dossier dell’associazione daSud si pratica un piccolo ma significativo atto di resistenza al totalitarismo del presente che il contemporaneo ci impone

quotidianamente, un atto che rafforza il nostro sistema immunitario dal rischio della perdita di memoria.

Il dossier, primo passo per ulteriori ricerche, rappresenta un validissimo punto di partenza che apre più orizzonti di analisi su varie questioni ancora poco esplorate e che andrebbero indagate dal momento che i ruoli femminili nelle mafie, nonostante l’aumento della letteratura sul tema, rimangono tuttora ai margini del discorso scientifico e giornalistico. Auspichiamo, dunque, che così come ventitre anni fa il lavoro del Centro Siciliano Giuseppe Impastato inaugurò un’importante stagione di studi, ricerche e inchieste sul tema, anche questo dossier possa stimolare nuovi studi sul fenomeno mafioso con una prospettiva di genere.

Riferimenti bibliografici

Cascio A., Puglisi A. (a cura di), Con e contro. Le donne nell’organizzazione mafiosa e nella lotta contro la mafia, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1986.

Ingrascì O., Donne d’onore. Storie di mafia al femminile, Bruno Mondadori, Milano, 2007.

Sciascia L., Il teatro della memoria, Einaudi, Torino, 1981.

Siebert R., Le donne, la mafia, il Saggiatore, Milano, 1994.

*Ombretta Ingrascì collabora con il corso di Sociologia della criminalità organizzata presso l’Università degli Studi di Milano. È autrice di Donne d’onore. Storie di mafia al femminile, Bruno Mondadori, Milano, 2007.