Santa “Tita” Boccafusca

2011 – Santa “Tita” Boccafusca – Limbadi (VV)

Santa «Tita» Boccafusca, 38 anni, è una donna forte, potente, decisa a cambiare vita. Una mattina di aprile del 2011 si presenta alla caserma dei carabinieri di Limbadi, un piccolo centro della provincia di Vibo Valentia fondamentale per gli equilibri della ’ndrangheta. È con suo figlio. Dice: «Sono la moglie di Pantaleone Mancuso, voglio parlare con un magistrato». I carabinieri sgranano gli occhi: tutti a Limbadi sanno chi sono i Mancuso, tutti conoscono Pantaleone Mancuso, «Luni», boss in inarrestabile ascesa della potentissima cosca.

Tita ha deciso di collaborare con i giudici, di raccontare ciò che sa. Non è ancora chiaro cosa l’abbia convinta a fare il salto, ma i carabinieri capiscono immediatamente che quello è un momento importante. Ci sono i primi contatti, poi viene portata a Catanzaro di fronte ai magistrati della Dda che l’ascoltano con molto interesse. Perché Tita non è soltanto moglie di un personaggio importante: negli anni ha visto crescere il suo prestigio, il suo peso, il suo potere. È una donna che ha partecipato ai summit, ha curato strategie, ha preso decisioni rilevanti.

E che sia molto bene informata devono averlo pensato anche i suoi familiari, che in alcune cronache locali vengono descritti molto preoccupati per quello che potrebbe rivelare e cercano un modo per depotenziare il valore delle sue parole. Così, proprio nelle stesse ore in cui Tita è a Catanzaro a parlare con i magistrati, sembra che i familiari siano alla caserma dei carabinieri di Limbadi per denunciare la scomparsa della donna. E, soprattutto, per spiegare che se avesse manifestato l’intenzione di collaborare non le avrebbero dovuto credere perché soffriva di problemi psichici.

La sera stessa accade qualcosa: Tita si pente di essersi pentita. S’interrompe improvvisamente la sua collaborazione con i giudici. Cosa è accaduto? Nessuno lo sa. Passano alcuni giorni e dentro

Tita probabilmente crescono ansia, angoscia, paura.

 Il 16 aprile decide che deve farla finita. Prende una bottiglia di acido, se l’attacca alle labbra. Beve. È ancora viva quando la trasportano all’ospedale di Vibo Valentia nel tentativo disperato di salvarla. Si aggrava, viene trasferita agli Ospedali riuniti di Reggio Calabria. Muore due giorni dopo. Ancora l’acido, anche per Tita. Come per Maria Concetta Cacciola è in corso un’inchiesta, per istigazione al suicidio. Intanto i verbali dei primi interrogatori sono rimasti segretissimi. E possono ancora fare male.