Maria Concetta Cacciola

2011 – Maria Concetta Cacciola – Rosarno (RC)

I suoi 31 anni Maria Concetta Cacciola li ha vissuti tutti respirando aria di ’ndrangheta. È figlia di Michele Cacciola, cognato del boss di Rosarno, Gregorio Bellocco. Rosarno è un paese in cui la pressione mafiosa è tanto forte da essere usato dai magistrati come paradigma per descrivere la potenza della ’ndrangheta. È in questo contesto difficile che Maria Concetta va via prestissimo da casa nel tentativo di sfuggire da regole arcaiche e soffocanti del padre e del fratello maggiore. Si sposa giovanissima con Salvatore Figliuzzi, e prova a crederci con tutte le sue forze a quel matrimonio. Insieme hanno tre figli – due bambine di sette e dodici anni e un ragazzino di sedici – che diventano presto la sua unica ragione di vita. È sfortunata, però. Perché Salvatore Figliuzzi fa parte del mondo che lei vuole rifuggire ed è presto condannato a otto anni per associazione mafiosa. Ma non perde la speranza. Anzi, dopo un lungo travaglio – forse spinta anche dall’esempio di sua cugina Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore Pesce che da mesi collabora con i giudici – nel maggio 2011 capisce che è arrivato il momento di dire basta. Prende dentro di sé tutto il coraggio che ha, sfida l’ira della famiglia, le pressioni del paese e inizia anche lei a parlare con i magistrati. Non ha commesso reati, non è indagata. La sua è una scelta di rottura nei confronti di un sistema. Con una determinazione sorprendente va dai pm Alessandra Cerreti e Giovanni Musarò per raccontare quello che sa del clan Bellocco. Li avvisa subito che teme per la propria incolumità. Le si presentano davanti i fantasmi alimentati dai suoi parenti che gli raccontano le storie delle donne del clan che hanno disobbedito e sono state uccise. Grazie alle sue prime dichiarazioni vengono fuori due bunker utilizzati dai latitanti. La collaborazione della testimone è credibile e Maria Concetta Cacciola viene subito trasferita in una località segreta. Ma non è una favola, quella delle collaboratrici, delle testimoni. La scelta di Maria Concetta è faticosa, difficile, ricca di contraddizioni. Le pressioni diventano forti, fortissime. Spesso i familiari – violando le regole previste per le collaborazioni – la vanno a trovare per convincerla a cambiare idea. Si sente addosso una sorta di ricatto che riguarda il futuro dei suoi figli. La situazione diventa insopportabile. Così Maria Concetta rinuncia alla protezione e torna a Rosarno: s’è fatto troppo forte il desiderio di riabbracciare i propri figli. Compie un passo in più: registra una lunga dichiarazione audio per sconfessare l’intero percorso della sua collaborazione. Una registrazione che coglie di sorpresa. Perché nessun segnale avevano ricevuto i magistrati rispetto alla sua intenzione di smettere di collaborare. Anzi, Maria Concetta sembrava decisa a tornare nella località segreta. In quei giorni di permanenza nella casa paterna, si rende conto che l’unico scopo dei familiari è quello di farle ritrattare le dichiarazioni”. I messaggi del suo cellulare sono senza appello. “Non mi rivolgono la parola. Mi portano avvocati su avvocati per farmi ritrattare e dirgli che uso psicofarmaci e che ho fatto tutto per rabbia”. Particolari in più emergono dalle telefonate con il maresciallo dei carabinieri. In casa ci sta ventiquattr’ore su ventiquattro. Come in carcere. Peggio. Con la madre a controllarla e tentare di convincerla: “O noi o loro”. La mattina del 20 agosto si sveglia intenzionata a partire, eppure teme di non essere capita. Lo dice soprattutto a proposito del maschio, il più grande: «Non verrà con me, ma sarà il primo che mi dovrà ammazzare. Le figlie di sette anni e dodici anni invece potremo recuperarle». Maria Concetta Cacciola muore per aver ingerito acido muriatico, suicida scrivono i giornali, suicidata abbiamo denunciato noi. Infatti contro padre, fratello e madre iniziano da subito le indagini. Oggi a gli arresti oltre ai tre famigliari di Maria Concetta Cacciola ci sono due avvocati, Gregorio Cacciola e Vincenzo Pisano, con l’accusa di aver indotto la donna a ritrattare le dichiarazioni che aveva fatto ai magistrati.

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