Gelsomina Verde

2004 – Gelsomina Verde – Napoli

Quello di Gelsomina Verde viene ricordato come uno dei più spietati delitti della camorra. Una vicenda raccontata anche da Roberto Saviano in Gomorra.

È una relazione sentimentale con un ragazzo appartenente agli scissionisti a costarle la vita. Gelsomina ha solo 22 anni e fa l’operaia in una fabbrica di pelletteria. La sera del 21 novembre Mina, così viene chiamata dagli amici, viene attirata in una trappola proprio da un amico, Pietro Esposito, uno dei primi della faida a pentirsi. I suoi aguzzini avrebbero dovuto estorcerle delle informazioni. Il mandante, Cosimo di Lauro, pensa che sappia dove si nasconde il fratello del ragazzo col quale ha avuto una relazione, un rivale di camorra. Probabilmente Mina non sa, forse non vuole tradire. Rimane inspiegabile l’efferatezza con la quale i killer si avventano sul suo corpo. Torturata per ore, forse stuprata, sei colpi di pistola la finiranno. Alla fine per cancellare lo scempio di quel corpo innocente assurdamente martoriato servono le fiamme. I poveri resti di Mina vengono ritrovati nella sua stessa auto, in una strada di Secondigliano.

La famiglia di Gelsomina Verde si costituisce parte civile nel procedimento penale che si conclude il 4 aprile 2006 con la condanna all’ergastolo di Ugo De Lucia, l’esecutore materiale del delitto secondo la sentenza di primo grado, e con la condanna a sette anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Pietro Esposito.

Nella sentenza depositata il 3 luglio 2006 si legge: «Si badi, ed è il caso di sottolinearlo con forza che, a fronte di decine e decine di morti, attentati, danneggiamenti estorsivi e paraestorsivi, lutti che hanno coinvolto persone innocenti che non avevano nulla a che fare con la faida in corso, ma che hanno avuto la sventura di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato, finanche anziani e donne trucidate impietosamente, ebbene di fronte a tale scempio, fatto di ingenerato ed assurdo terrore, non vi è stata alcuna costituzione di parte civile, ad eccezione dei genitori di Gelsomina Verde.

In altre parole, pur non indulgendo in considerazioni sociologiche, o peggio, moraleggianti (omissis) non può non rilevarsi che nessun cittadino del quartiere di Secondigliano e dintorni, nel corso delle indagini, e prima ancora che esplodesse la cruenta faida di Scampia, abbia invocato, con denuncia o altro modo possibile, l’aiuto e l’intervento dell’autorità.

Sembra, e si vuole rimarcarlo senza ombra di enfasi, che ad alcuno dei superstiti e parenti delle vittime, specie se ancora residenti a Secondigliano, è mai interessato chiedere ed ottenere giustizia, instaurare un minimo, anche informale, livello di collaborazione con le forze dell’ordine, tentare, in vari modi, di conoscere i possibili responsabili, ma è evidente che solo arroccandosi tutti dietro un muro di impenetrabile silenzio, hanno visto garantita la propria vita».

Il 13 dicembre 2008, Cosimo Di Lauro, 35 anni, viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Gelsomina come il mandante. L’11 marzo 2010, lo stesso Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito la famiglia di Gelsomina con la somma di 300mila euro. In seguito al risarcimento, la famiglia della vittima rinuncia a costitursi parte civile.

Nel dicembre del 2010, Cosimo Di Lauro viene assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio. La Corte d’Assise d’Appello di Napoli accoglie in toto la tesi della difesa. E ribalta il giudizio di primo grado. Clamorosamente.