Agata Azzolina

1997 – Agata Azzolina – Niscemi

Il 21 marzo, Niscemi, un paese siciliano da quasi 30 mila abitanti, per un giorno è la capitale dell’antimafia. Sulla piazza piena di persone parlano il presidente del Consiglio Prodi e il presidente della Camera Violante. Si inaugura una scuola elementare, si leggono, dal palco, centinaia di nomi di vittime della mafia.

Due giorni dopo, Niscemi è di nuovo sui giornali: la signora Agata Azzolina, titolare di un negozio di gioielli e pellicce, si toglie la vita impiccandosi. Il racket ha ucciso cinque mesi prima il marito Salvatore e il figlio Giacomo Frazzetto, in un raid “mascherato” in un primo momento, come tentativo di rapina. Era il 16 ottobre del 1996.

Maurizio e Salvatore Infuso, due fratelli con qualche precedente penale si presentano a volto scoperto nella gioielleria “Papillon”. Cosi si chiama l’attività della famiglia Frazzetto avviata da qualche anno. Salvatore l’ha costruita con le sue mani dopo aver lavorato 15 anni nell’edilizia.

Li conosce bene Agata, i fratelli Infuso: già in passato hanno preteso di comprare senza pagare. Questa volta vogliono acquistare, “a credito”, dicono loro, due vere nuziali. L’ipotesi è che si tratti di un pizzo “camuffato”, riscosso in beni e non in contanti. Invece del passaggio da una mano all’altra dei soldi, gli emissari della criminalità organizzata si servono direttamente dagli scaffali.

Quella sera, Agata dice no. La colpiscono con uno schiaffo. Alle sue grida accorrono il marito ed il figlio. Il ragazzo, quando si rende conto della situazione non perde tempo: prende la pistola che il padre custodisce in un cassetto. Ma Giacomo non ha dimestichezza con le armi e se la fa strappare da uno dei banditi. Seguono una raffica di pallottole, prima contro Salvatore Frazzetto, 46 anni, poi sul ragazzo, Giacomo 23. Muoiono sul colpo. Muoiono davanti agli occhi atterriti di Agata, madre e moglie, testimone di una strage. I due assassini vengono fermati cinque ore dopo: in una borsa hanno ancora la pistola. Lei si salva a stento, ma da quel giorno comincia a spegnersi. Il dolore si trasforma in rabbia e poi arriva anche la paura. Paura per le aggressioni e le minacce che subisce quotidianamente. Un giorno la seguono fino al cimitero. Sta pregando sulla tomba dei suoi cari quando qualcuno si avvicina:“Non finisce qui”, si sente dire.

Agata prova ad andare avanti, lo fa per la figlia, Chiara, 21 anni. Vuole portare avanti l’attività, non vuole cedere. Ma le intimidazioni continuano: “Devi pagare…devi pagare…”, si sente ripetere. Denuncia tutto alla polizia. Fa nomi e cognomi. Al commissario parla anche di certi traffici di oro, di uomini che si muovono nell’ombra. Vuole giustizia e la vuole subito. Vuole provare a far vivere a sua figlia una vita normale. Vuole andare avanti, lo deve a Chiara, ma è sconvolta e terrorizzata. La sera di San Silvestro viene addirittura picchiata da un paio di ragazzi che entrano ancora una volta nella sua gioielleria. Qualche giorno dopo, a Gennaio, le giurano che avrebbe ricevuto un’altra “visita”. Arriva anche una lettera anonima. Minacciano di uccidere anche la figlia.

Non ce la fa più Agata. Vittima del suo dolore, la notte del 22 marzo 1997 si impicca con una corda di nylon nella sua cucina. Lascia un biglietto alla figlia: “Perdonami“, le scrive.